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Archeo68 08/01/2017 ore 18.24.14 Ultimi messaggi
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(Nessuno)Vi capita mai di leggere

i post che questo sito mette in evidenza ogni volta che lo aprite? A me qualche volta capita, ne leggo tre o quattro, i primi che ci sono e ogni volta mi domando chi li sceglie e perché dal momento che quasi sempre sono di una banalità demoralizzante. Ma quel che trovo più sconcertante sono gli errori d'ortografia elementari che si ravvisano in questi scritti. Qui non mi sembra questione di fare il pedante ma cacchio le scuole elementari, almeno quelle dovrebbero averle fatte tutti o no? E allora come si fa a trovare "c'è" scritto così "cè" oppure "un po'" con l'accento e non con l'apostrofo oppure invece regolarmente apostrofato qual è che invece è un troncamento. Io me lo ricordo appunto dalle scuole elementai: tal qual cotal non si apostrofano mai. Su qui e su qua l'accento non sta. Ma cavolo come si fa ad avere un simile menefreghismo nei confronti della nostra lingua? Ragazzi queste non sono cose difficili, sono cose elementari. Boh
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08/01/2017 18.24.14
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california1978 california1978 09/01/2017 ore 16.24.43
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

Sono d'accordo: in questi forum spesso banalità ed errori ortografici la fanno da padroni.
beatofrock beatofrock 12/01/2017 ore 06.41.38 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

@Archeo68 : scusa Archie

anch'io scrivo pò con l'accento

ma giusto perchè si fa prima con la tastiera :shy
beatofrock beatofrock 12/01/2017 ore 06.43.28 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

@Archeo68 : a tal proposito

dovevi leggere l'articolo della Tamaro sul Corriere

sui disastri provocati dalla scuola sindacalizzata
beatofrock beatofrock 12/01/2017 ore 06.49.39 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

«Questa scuola sommamente democratica è sempre più classista», scrive Susanna Tamaro in un editoriale sul Corriere della Sera. La scrittrice definisce la scuola italiana un disastro, «partorito da un sistema che, in nome del lassismo, della demagogia, del vivi e lascia vivere “tanto l’importante è il pezzo di carta”, ha costantemente abbassato il livello delle pretese».

COLPE POLITICHE. Le colpe sono in parte del sistema politico, «che ha sempre considerato il Ministero dell’Istruzione come un jolly da tirar fuori dal cappello nei momenti di bisogno, una botta ai sindacati, una botta ai concorsi, un po’ di fumo soffiato in faccia alle famiglie per mascherare che sotto il fumo non c’era nessun arrosto e avanti così, inventando pompose rivoluzioni che, alla prova dei fatti, si sono mostrate, per lo più, drastiche involuzioni».
LA VERA EMERGENZA. «Diciamolo una volta per tutte», continua Tamaro: «Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti — e dunque di educare — è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale. Per tutti gli altri non c’è che la deriva del ribasso». La vera emergenza nazionale è «l’educazione. Non essere gravemente allarmati e non fare nulla per risolverla vuol dire condannare il nostro Paese ad una sempre maggior involuzione economica e sociale. Che adulti, che cittadini, che lavoratori saranno infatti i ragazzi di queste generazioni abbandonate alla complessità dei tempi senza che sia stato loro fornito il sostegno dei fondamenti? Sono stati cresciuti con il mito della facilità, del tirare a campare, ma la vita, ad un certo punto, per la sua stessa natura pretenderà qualcosa da loro e gli eventi stessi inevitabilmente li porranno davanti a delle realtà che di facile non avranno nulla. Allora, forse, rimpiangeranno di non vere avuto insegnanti capaci di prepararli, di educarli».
RESTANO LE FAMIGLIE. Istruire per la scrittrice non basta, bisogna «educare», afferma, usando un «termine reietto, spauracchio dell’abuso e della diseguaglianza». Educare però «richiede l’esistenza di un principio di autorità, principio ormai scomparso da ogni ambito della vita civile. Chi educa oggi? Le poche famiglie che caparbiamente si intestardiscono a farlo si trovano a vivere come salmoni controcorrente. Il “vietato vietare”, con la rapidità osmotica dei principi peggiori, ormai è penetrato ovunque, distruggendo in modo sistematico tutto ciò che, per secoli, ha costituito il collante della società umana. Dalle maestre chiamate per nome, ai professori ai quali si risponde con sboccata arroganza, al rifiuto di compiere qualsiasi sforzo, all’incapacità emotiva di reggere anche una minima sconfitta: tutto il nostro sistema educativo non è altro che una grande Caporetto. Agli insegnanti validi — e ce ne sono tanti — viene pressoché impedito di fare il loro lavoro, anche per l’aureo principio, tipicamente italiano, per cui un eccellente ombreggia i mediocri che non vogliono essere messi in discussione nella loro quieta sopravvivenza».
«LASSISMO DEMAGOGICO». Oggi che il gran «caos demagogico ha paralizzato il naturale ricambio generazionale e la miserabile retribuzione della categoria ha trasformato l’insegnamento in una sorta di sine cura per molti», c’è bisogna di destinare più risorse alla scuola «per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato».



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«Questa scuola sommamente democratica è sempre più classista», scrive Susanna Tamaro in un editoriale sul Corriere della Sera. La...
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12/01/2017 6.49.39
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california1978 california1978 12/01/2017 ore 10.33.51
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

@beatofrock :

Sicuramente condivisibile quello che scrive la Tamaro. C'è bisogno di un minimo di autorità, direi ancor di più di autorevolezza. La figura dell'insegnante è stata declassata, ha perso di importanza ed appunto di autorevolezza. Ci sono famiglie che trasmettono dei valori sbagliati ai figli, genitori che danno esempi di vita sbagliati. In una società in cui un calciatore spesso ignorante può guadagnare milioni, mentre un insegnante o un assistente universitario non vengono valorizzati e non guadagnano il corrispettivo dei propri colleghi di altri paesi civilizzati, cosa ci si può aspettare? In fondo in fondo ci sono molte persone in questa società che pensano che essere scaltri o non rispettare le regole sia più stimolante che essere persone per bene e di cultura. Viviamo in una società di scarsi valori etici. Se vuoi educare bene tuo figlio dagli prima di tutto l'esempio giusto. La chat è anche uno spaccato della società e la banalizzazione degli argomenti così come gli errori ortografici sono indicativi. Aggiungiamoci che, non me ne vogliate, nelle chat spesso si concentra il peggio o vengono fuori gli istinti peggiori e la gente mostra il proprio lato oscuro, forse perché l'anonimato favorisce la libertà assoluta. Resta un elite socio-culturale che si distingue e che non si piega all'omologazione.
sophieven sophieven 12/01/2017 ore 22.14.51 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

Si, mi capita di leggere ...

Ritengo di avere una cultura allineata alla media dei miei coetanei (sono del '69) e per questo non rispondo alle discussioni: la maggior parte delle risposte mi sembra partorita dai figli di quella scuola che beatofrock , citando la Tamaro, indirettamente indica come responsabile della deriva.

Una scuola che non è stata la mia.

Piuttosto ritengo sconcertante che questa scuola sia stata creata da quelli della mia generazione.

Negli anni '70 Pasolini intravvedeva una trasformazione antropologica della società, causata dal consumismo e dalla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione (televisione in primis).
Le nuove generazioni, secondo me, sono la realizzazione accelerata e incontrollata di tale processo per il quale conta la velocità e la superficialità, ossia l'assenza di qualsiasi forma di riflessione a favore del consumo (prodotti ma anche contenuti)e favorita dagli attuali media (internet).

Gli errori ortografici, secondo me, sono imputabili alla velocità con cui le nuove generazioni affrontano lo studio della lingua e della grammatica italiana considerate, dalle ultime leggi sulla scuola, aspetti inutili dell'Italiano: alle elementari bisogna affrontare lo studio delle diverse tipologie testuali piuttosto che quello di un apostrofo, di un'apocope, di una divisione in sillabe o dell'uso corretto e razionale della punteggiatura.

Condivido le osservazioni della Tamaro ma solo se riferite alle nuove generazioni: la mia scuola era più selettiva.

Quanto a me, mi sento fuori luogo in questo mondo di spudorati saccenti perché, pur avendo la consapevolezza di essere in grado di strutturare contenuti in forma sintatticamente ed ortograficamente corretta, non ho la sfacciataggine di ritenerli validi per chi potrebbe eventualmente leggerli.

@Archeo68
Credo sia semplicemente (o complicatamente) una questione di consapevolezza di sé.
E qui ... si apre un altro mondo!
19407637
Si, mi capita di leggere ... Ritengo di avere una cultura allineata alla media dei miei coetanei (sono del '69) e per questo non...
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12/01/2017 22.14.51
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Archeo68 Archeo68 13/01/2017 ore 16.40.39 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

@bratofrock
Sì avevo letto l'articolo della Tamaro, pensa che avevo perfino pensato di postare il link, ma mi hai preceduto.
Archeo68 Archeo68 13/01/2017 ore 17.22.55 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

Grazie per i vostri interventi, sono tutti pertinenti e condivisibili. Certo, lo so che l'insegnamento è cambiato e oggi è molto meno "grammaticale", una faccenda questa, secondo me, in una certa misura non del tutto prroccupante, se non fosse che è dventata agrammaticale. Qualche tempo fa erano apparsi articoli sulla "morte del congiuntivo" orami sostituito dall'indicativo nella maggior parte dei casi e oggi si sente sempre meno spesso dire "se fossi" "se facessi" e sempre più dicono "se faccio" così e via discorrendo. Il fatto è che si sente anche "se farei" e il condizionale a me sembra cacofonico, sta veramente male e chi lo utilizza al posto del congiuntivo manco se ne accorge, ciò significa che non ha più nell'orecchio, nemmeno l'eufonia lingiustica oltreché la grammatica. Il degrado della nostra scuola è sotto gli occhi di tutti, solo che spesso tanti sono nolenti ad ammettere l'evidenza che in gran parte è figlio della mentalità sessantottina, del concetto della scuola di massa, dell'università di massa. Una cosa però è il diritto allo studio (appunto allo studio, ossia che chi ha voglia di studiare debba poterlo fare) e un'altra cosa è decidere che tutti debbano avere un titolo di studio, diploma o laurea senza però il bisogna di sviluppare l'adeguata competanza che i vari titoli dovrebbero garantire, in questo modo si è fatto qualcosa di diverso, non si è garantito il diritto allo studio ma solo il diritto a un titolo di studio che però vale molto di meno. Francesco Giavazzi, non certo un "reazionario", ha spiegato molto bene che questo andazzo penalizza soprattutto i giovani che vengono dalle classi lavoratrici, perché per essi lo studio è il mezzo più idoneo alla mobilità sociale, l'ascensore sociale, se la scuola però non è più "meritocratica" e il merito non conta più niente i primi a farne le spese sono loro, perché i figli dei ricchi possono pagare rette per scuole private dove imparano le cose e di conseguenza acquisire quelle competenze che gli altri nella scuola pubblica non riescono ad acquisire o acquisiscono troppo poco. Io, per il mio lavoro, ho contatti quasi unicamente con le università e poco o niente con le scuole superiori e la situazione dell'università è appunto questa, che una percentuale vicina al trenta per cento non si capisce cosa ci faccia all'università né oome abbia fatto a giungervi. Un cinquanta per cento vivacchia, arranca, ma magari fuori corso alla fine alla laurea ci arriva. Preparati sono solo il venti per cento, una percentuale bassa. Specifico che mi sto riferendo solo alle facoltà e ai dipartimenti umanistici, quelli scientici non mi competono, ma so da altri miei colleghi che la situazione non è tanto meglio, un pochino sì ma non tanto. Specifico anche che non sono docente, sono un editor di una casa editrice e per questo ho contatti con l'università. Aggiungo poi che la maggioranza del venti per cento dei preparati nelle materie umanistiche non va ad insegnare nella scuola pubblica. generalmente quelli in gamba vanno a fare altro. Io per esempio appena finito l'università sono venuto a lavorare in una casa editrice. Naturale, i professori, specialmente quelli più noti, hanno necessariamente rapporti con le case editrici, che a loro volta siinformano sui loro allievi migliori per assumere. La stessa cosa fanno i quotidiani e altre aziende che necessitano di laureati. In questo modo s'ingenera in processo virtuoso, una selezione dei migliori. Non sempre avviene, le clientele purtroppo ci sono ma insomma i professori non indicano i mediocri, quelli sono destinati (quasi) tutti a finire dietro una cattedra di scuola pubblica (sic!).
Archeo68 Archeo68 16/01/2017 ore 12.41.17 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere


L'editoriale di oggi di Ernesto Galli della Loggia mette a fuoco molto bene quel che avevo sia pur per sommi capi (e meno bene s'intende) tratteggiato io.
Archeo68 Archeo68 16/01/2017 ore 13.58.29 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere




http://www.corriere.it/cultura/17_gennaio_16/abbandono-scuola-tempo-dell-abdicazione-politica-b03a4c34-db5d-11e6-8da6-59efe3faefec.shtml
Archeo68 Archeo68 16/01/2017 ore 13.59.27 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

Non so perché oggi non mi fa mettere il link per l'articolo di galli della Loggia.
Archeo68 Archeo68 16/01/2017 ore 16.50.26 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

Alla fine ce l'ho fatta, a volte s'incanta 'sto sito non so perché. Ho sempre ritenuto Galli della Loggia uno dei pochi che ragiona in 'sto Paese di matti.
california1978 california1978 16/01/2017 ore 17.45.22
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(Nessuno)RE: Vi capita mai di leggere

@Archeo68 :

L'articolo è lungo e denso. Io credo che il cambiamento dei tempi purtroppo sia inevitabile. Magari prima la scuola era considerata un'istituzione più forte, il professore o il laureato in genere erano molto rispettati; anche perchè ce n'erano di meno rispetto ad oggi. Negli anni '60 c'è stato un cambiamento che ad alcuni è piaciuto, ad altri meno. Io mi ricordo comunque che fino ad allora c'era la scuola d'avviamento per i più poveri, che non potevano accedere all'università, e la scuola media per i figli dei ricchi, che erano avvantaggiati per il loro stato economico-sociale. Il '68, che possa piacere o meno, ha dato a tutti l'opportunità di studiare e di accedere all'università. Gli effetti collaterali del post '68 sono stati il 6 politico, l'aver dato forse " qualche diritto in più del dovuto ". Ora, ognuno la può pensare come vuole, ma comunque senza il '68 i poveri sarebbero ancora discriminati, ma diciamo anche d'altro canto che forse la scuola sarebbe più tradizionalista e meno lassista. Vantaggi e svantaggi quindi. Per quanto riguarda la modernizzazione della scuola attuale il digitale è una realtà. Noi comunque andiamo avanti, non andiamo indietro nel tempo e nel progresso. Una volta si studiava forse in maniera più accademica, quasi con una considerazione sacra degli autori e dei testi. Oggi, se prendi uno studente che va a scuola per passatempo, magari non ti sa nemmeno dire una mazza di quello che studia. Però in compenso il figlio del povero se è intelligente può arrivare a diventare un ingegnere o un medico di alto livello. Ripeto, ci sono sempre vantaggi e svantaggi. Oggi la formazione per i più bravi è radicalmente mutata rispetto a 50 anni fa: conoscono bene gli strumenti informatici, spesso parlano più di una lingua, studiano e lavorano all'estero anche in università molto importanti. Magari sono sottopagati rispetto alle loro qualità. Chi è intelligente ha strumenti sofisticati per affermarsi. Poi, ahimè, esiste sempre la raccomandazione o il parassitismo per altri. Intanto bisogna essere sempre pronti a recepire il cambiamento e a considerare il progresso un'opportunità e non un decadimento.

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