Esoterismo e mistero

Esoterismo e mistero

Dal mito alla realtà, parliamo di alchimia, magia, religioni, misteri irrisolti, paranormale, filosofia...

Gio.1947 15/11/2017 ore 16.15.40 Ultimi messaggi
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(Nessuno)Lettera

Caro figlio,

ripongo ogni speranza nel fatto che vorrai accettare questo mio tentativo di spiegarti perché non nasci. Perché tu non nascerai, è ormai deciso.

Un tale scrisse che bisogna piangere gli uomini alla loro nascita, non alla loro morte, ed io già piango al solo pensiero che tu possa nascere, figuriamoci se dovesse accadere per davvero. No, non nascerai. E so che potrà sembrarti insensato, ma non nascerai perché il bene che ho in serbo per te è più grande del bene che tutti i padri del mondo, messi assieme in una stanza, potrebbero mai serbare per i loro figli. E’ un bene che va oltre le concezioni di giusto e sbagliato che gli uomini si sono dovuti inventare per evitare di sbranarsi l’un l’altro, ma che non esistono in natura.

E’ un bene che va oltre l’incessante ticchettio dagli orologi, che qualcuno ha inventato per trasformare le giornate in merce, per barattarle come fossero selvaggina o collane d’osso. E’ un bene incondizionato che resterà sempre tale; non come il bene incoerente di quei genitori che dicono di amare i propri figli ma finiscono per odiarli quando questi non diventano quello che, nelle loro egoistiche menti, hanno immaginato che sarebbero diventati, un giorno.

Non nasci, me ne rammarico, ma è ormai stabilito. Anzi, non me ne rammarico affatto. Piuttosto mi dispiacerebbe, e molto, se tu nascessi, perché non potrei mai perdonarmi di aver preso una decisione così determinante senza il tuo esplicito consenso. Il tuo parere riguardo la tua stessa vita è importante per me.

Di una sola cosa mi rincresce, a ben pensarci: che non verrai mai a sapere quanto sei fortunato a non esser nato. Questo il paradosso che mi attanaglia.

La maggior parte dei bambini come te viene ad esistere per sbadataggine, per costume, per emulazione, per ingenuità, per pulsione ormonale o perché i genitori hanno fallito e passano ai propri figli la pesante staffetta del successo. Non tu, figlio mio, non tu. Tu meriti di molto meglio — tu meriti di non nascere.

Mi hanno dato del codardo, sai. Mi hanno dato dell’immaturo, dell’immorale, dell’egoista, del cinico. Ma io sono convinto che occorra molto più coraggio nel non procreare. Sono convinto che occorra una maturità fuori dal comune, e credo che il vero egoista, il vero immorale, sia colui che getta una creatura inerme nella brutalità cosmica senza rifletterci troppo.

Quanto al cinismo, è il naturale approdo delle persone sveglie; solo gli stupidi e le persone infantili non ne vengono interessate.

Voglio tu sappia, affinché ti sia chiaro ciò che provo per te, a quale esperienza saresti andato incontro, se fossi nato. Venire alla luce, così definiscono la nascita, ma ti renderai presto conto che è piuttosto un venire alla tenebra. Che la vita è una terribile tagliola ben nascosta fra le foglie morte.

Ben in vista al centro della morsa a denti di sega è una cosa che alcuni chiamano amore, altri ambizione, altri famiglia, altri ancora verità, ed è in assoluto la cosa più potente che un essere vivente possa sperimentare, e potrà mai sperimentare, e per questo non si conosce creatura che le abbia resistito.

Ma quando ti genufletti ed allunghi la mano per raccoglierla, quella cosa, di qualunque cosa si tratti, il meccanismo della tagliola si aziona ed ecco, la tenaglia si chiude, la vita ti frega, per sempre.

Un tale di un certo ingegno disse una volta che la natura ha i denti e gli artigli sporchi indelebilmente di sangue. E’ un fatto spiacevole, ma i fatti sono tanto più veri quanto più spiacevoli. Questa amara consapevolezza traccia la linea di demarcazione fra un ragazzo, quale tu saresti potuto diventare, ma non diventerai, e un adulto.

Per non parlare della nostra condizione. Nasciamo e moriamo su di un sasso incandescente scagliato da una deflagrazione a centoseimila chilometri orari nello spazio siderale, e su questo sasso viviamo dentro una cupola d’aria alta appena centodiciotto chilometri, che chiamiamo atmosfera, che chiamiamo casa.

Non esiste nulla, oltre quella cupola d’aria, nello sconfinato spazio cosmico, che non ci uccida all’istante, che non ci riduca in poltiglia. Come in quel film dove i detenuti sono muniti di un collare che esplode al minimo tentativo di evasione, questo nostro pianeta è la prigione di massima sicurezza perfetta. L’Universo non si cura della nostra presenza, non ne ha bisogno, forse addirittura non la gradisce.

Sotto quella cupola scopriamo fin troppo presto che si sopravvive — non si vive, ma sopravvive — solo causando la morte di qualcos’altro. Che sia una pianta, o un animale, o un’invisibile molecola, è un continuo affannarsi per uccidere o per consumare, e per cercare di non restare uccisi o consumati. Mors tua vita mea.

Un tale, di cognome Schopenhauer, diceva che non esiste esperienza positiva che possa superare in intensità quella della sofferenza, che è evidentemente negativa. Spesso agli uomini capita di dimenticarla, l’intensità della sofferenza, e finiscono col dire di essere felici, finiscono col procreare. Ma non sono felici, sono solo smemorati, hanno semplicemente dimenticato.

Chi assiste a quell’attimo di smemoratezza pensa: però, come sembra felice quell’uomo, farò esattamente quello che ha fatto lui per diventare felice come lui. Ed il meccanismo della tagliola scatta, le fauci della vita si chiudono, e si resta in trappola per sempre.

Ma supponiamo che tu nasca. Non potendo beneficiare dell’agio dell’esser nato in una famiglia reale — non che le famiglie reali affrontino meno problemi, ma questi sono di diversa natura — con ogni probabilità finirai col condurre una vita che ti ucciderà comunque, e quel che è peggio, che lo farà lentamente. Non immagini quanti uomini sono già morti e non lo sanno.

Molto presto al mattino verrai sbalzato fuori dal letto da un’intransigente sveglia senz’anima, e in tutta frenesia dovrai vestirti, mangiare, espletare le tue funzioni fisiologiche, lavarti, pettinarti, affrontare il traffico per raggiungere un luogo dove trascorrerai la maggior parte della vita affinché qualcun altro si arricchisca, non tu, ma qualcun altro. Non bastasse, ti verrà chiesto di essergli grato per l’opportunità di farlo.

La tua dignità verrà masticata e sputata per strada, dove resterà incollata al marciapiede, si essiccherà, e chiunque passeggiando la calpesterà e si lamenterà di quanto la città sia sporca senza fare assolutamente nulla. Verrai tradito da tutti, offeso da alcuni, deriso dall’ultimo dei buoni a nulla solo perché se ne sta seduto dietro una scrivania e indossa una cravatta.

E quando — troppo tardi — avrai finalmente realizzato che la vita è totalmente priva di significato, per darle un senso, deciderai di fare quello che fanno tutti, che non può essere sbagliato se lo fanno tutti, ed avrai una famiglia, dei figli, e la storia si ripeterà ancora una volta, come fa con tutti. Questa è la banalità del bene.

O magari sarai fortunato al punto da diventare un parassita che mantiene la propria condizione agiata approfittandosi del disagio altrui, del fatto che le persone devono pur comprare del pane al mercato per se stesse e per i propri figli, se ne hanno. E pagare l’affitto, o un mutuo, e le bollette, le medicine, le visite mediche. Lavorare per pagare la sopravvivenza. Questa è la banalità del male. Ma quello del parassita non è un gran modo di realizzarsi, sappilo.

Dovrai inventarti qualcosa perché avrai fame, eccome se ne avrai. Dovrai ripararti dal freddo, e quando sarai sazio e ti sarai riparato dal freddo dovrai ripararti dalle bestie, soprattutto dagli uomini, che sono le bestie più insoddisfatte e quindi le più pericolose.

Questo senza considerare le malattie, poiché per ciascuna malattia debellata ne compare sempre una nuova, perché anche le malattie sono figli messi al mondo senza rifletterci troppo, che lottano per la sopravvivenza a scapito di qualcun altro. Alcune malattie potrebbero lasciarti senza vista, altre senza udito, altre senza gamba, altre ancora — e sono le malattie più sottovalutate — senza fede.

No, non posso permettere che tu corra il rischio di provare tutto questo. Non posso correre il rischio che tu ti rivolga a me, quando sarai cresciuto abbastanza, rimproverandomi di averti spinto in questa arena di gladiatori. Sarebbe per me il dolore più insopportabile, quel dover realizzare che avevo ragione a pensare che non ne sarebbe valsa la pena. E ciò nonostante… averlo fatto comunque, averti gettato nel cassonetto della vita.

Perché la verità è che questo mondo non ha bisogno di altri bambini. Non ha bisogno di altri arbitrari sfruttatori delle sue risorse, sempre più limitate, sempre più preziose. La verità è che questo mondo andrà avanti anche senza noi due, figlio mio. E grazie al fatto che non nascerai, forse, andrà avanti in maniera più accorta.

A tavola, nelle case, alla tua sedia vuota siederanno i bambini che sono già al mondo e che vivono per strada, al freddo e senza cibo. Non vale, la loro vita, tanto quanto la tua? Nessuno di quei bambini verrà sfruttato per produrre un giocattolo che getterai nella pattumiera quando ti avrà stancato, o uno smartphone che rimpiazzerai con un nuovo modello quando sentirai dire che il tuo è ormai obsoleto, o quando una pubblicità te lo farà credere tale.

Perché anche le pubblicità sono figli messi al mondo senza rifletterci troppo, che lottano per la sopravvivenza a scapito di qualcun altro.

No, il mondo deve farsi bastare quello che ha e fare i conti con la propria coscienza assopita. E tu, figlio mio, non nascendo desterai quella coscienza assopita, e la tua mancata nascita sarà più utile delle duecentomila nascite inutili che avverranno mentre leggerai questo post, che in realtà non leggerai mai.

Ti abbraccio, quindi, riponendo ogni speranza che mi resta nella tua comprensione.

Con spassionato affetto,

Il miglior padre
che tu possa mai sperare di avere.
8518909
Caro figlio, ripongo ogni speranza nel fatto che vorrai accettare questo mio tentativo di spiegarti perché non nasci. Perché tu...
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15/11/2017 16.15.40
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marianute marianute 15/11/2017 ore 16.39.12 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Lettera

Fuori dalla natura tutto diventa più complesso, in fondo in fondo, non ci si sente a proprio agio a guardarci dentro di fino.
19693354
Fuori dalla natura tutto diventa più complesso, in fondo in fondo, non ci si sente a proprio agio a guardarci dentro di fino.
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15/11/2017 16.39.12
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c.hicca44 c.hicca44 15/11/2017 ore 18.24.08 Ultimi messaggi
Gio.1947 Gio.1947 15/11/2017 ore 18.39.59 Ultimi messaggi
c.hicca44 c.hicca44 15/11/2017 ore 18.41.41 Ultimi messaggi
Gio.1947 Gio.1947 15/11/2017 ore 21.25.13 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Lettera

@c.hicca44 :

Peccato, mi avrebbe fatto piacere ricevere i tuoi complimenti.
Sarà per la prossima volta
c.hicca44 c.hicca44 15/11/2017 ore 21.26.59 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Lettera

@Gio.1947 : se scriverai qualcosa di tuo lo farò volentieri. amo chi scrive bene anche quando non la pensa come me
ruccutiello ruccutiello 15/11/2017 ore 21.42.24 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Lettera

@Gio.1947 scrive:
la tua mancata nascita sarà più utile delle duecentomila nascite inutili che avverranno mentre leggerai questo post


Mah, che dire?

Pur se scritto bene, resta di un vuoto cosmico! Dissento quasi totalmente infatti.
Filodeon Filodeon 16/11/2017 ore 13.41.23 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Lettera

@Gio.1947 scrive:
@c.hicca44 :

No si trova su internet

Ho cercato su internet per vedere se mi era dato di imbattermi in quella che tu asserisci, ma credo soltanto per modestia, essere l'originale, ma di lettere che le possono essere accostate per intensità di PATHOS ho trovato soltanto la "lettera di una madre al figlio carabiniere" che invito anche i lettori a leggersi a mo di farsa che in tempi dantan si faceva seguire alle commedie tragiche a mo' di catarsi per far sapere agli spettatori che, a differenza degli animali che possono solo PIANGERE (*), le persone possono anche RIDERE, piangere dal ridere o dalla felicità, commozione etc e ritengo che servisse come CATARSI per evitare che l'autore del dramma venisse incriminato per ISTIGAZIONE AL SUICIO(**).

(*)Mi rimenbro di quando il dentista estraendomi un molare praticamente scenza analgesico a causa di un cospicuo ascesso gengivale che ne aveva sconsigliato l'impiego, pur essendomi riproposto di non STRILLARE come i bambini, mi aveva fatto letteralmente STILLARE il dolore sotto forma di lacrime che mi scendevano dalle gote come quelle di una madonnina piangente lacrime di sangue, le mie erano di dolore...e mi avevano fatto pensare ai documentari di pieroangela dove si inquadra il muso della gazzella azzannata dal leone...

(**)Nell'antica Grecia, mi scuso per riferire i riscontri d'obbligo, ma ho una certa qual fretta, questo ((( e cioè incolpare il poeta tragico di aver fatto soffrire i "fedeli" che partecipavano al tragico rito religioso senza poi rimediare con una equivalente dose di burle umorismo lazzi e prese in giro per far loro sollevare il morale e sollevarli dalla crisi di sconforto di cui i "celebrante" era ritenuto responsabile : cfr "Risus pascalis"))) poteva tranquillamente accadere, se la tragedia messa in scena non fosse stata seguita da una adeguata farsa ( che chiamavano "dramma satiresco")che fosse in grado di bilanciare, diciamo le anfore di pianto di dolore provocato negli spettatori pareggiandone il pianto del riso, il poeta tragico veniva multato come se avesse commesso un reato, su stessa richiesta degli spettatori che si reputavano defraudati, anche se non avevano pagato il biglietto, essendo quelle rappresentazioni considerate vere e proprie liturgie religiose e nel medesimo tempo commemorazioni civili, come ad un di presso è costume nel teocratica cultura islamica...

c.hicca44 c.hicca44 16/11/2017 ore 16.04.50 Ultimi messaggi
Gio.1947 Gio.1947 18/11/2017 ore 17.29.02 Ultimi messaggi

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