Politica

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di destra, di centro o di sinistra... non importa. Discutiamo "civilmente" dell'operato dei nostri politici.

cristian1977 cristian1977 01/04/2008 ore 08.40.13
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ImportanteSe ci fosse la crescita


da la stampa

TITO BOERI

Torna a correre l'inflazione. I dati provvisori resi pubblici ieri dall'Istat ci riportano indietro nel tempo. Dobbiamo risalire a dodici anni fa per ritrovare una crescita generalizzata nel livello dei prezzi superiore al 3% l'anno.

L'euro, dal 1997 in poi, ci ha fatto da scudo. Senza l'euro, oggi l'aumento dei prezzi sarebbe ancora più forte, probabilmente non lontano dal 5 per cento. Il fatto è che i prezzi del petrolio e delle altre materie prime che oggi spingono l'inflazione vengono fissati in dollari e l'euro si è fortemente rafforzato nei confronti del dollaro. Un anno fa due euro valevano circa due dollari e mezzo; oggi due euro possono essere scambiati con più di tre dollari. Vuol dire uno sconto di circa 20 dollari a barile sul prezzo del greggio. Grazie euro, dunque. Ma grazie anche alla Banca Centrale Europea che ha tenuto la barra dritta nonostante le tante sirene che, soprattutto Oltralpe, hanno in questi mesi invocato ad alta voce un abbassamento dei tassi. Sarà la Bce a dover soffocare le spinte inflazionistiche. A differenza della Federal Reserve, non ha oggi le armi spuntate per farlo. Può evitare di abbassare i tassi nonostante il visibile rallentamento dell'economia europea.

A differenza della Banca Centrale statunitense, la Bce non sta alimentando inflazione: tassi d'interesse molto bassi negli Stati Uniti in presenza di un'inflazione che cresce comportano un rendimento negativo, al netto dell'inflazione, dei titoli di Stato. Cresce così la domanda di materie prime anche quando l'economia mondiale sta decelerando, perché è una domanda di natura finanziaria e speculativa. Si comprano derivati, diritti ad acquistare materie prime a una data scadenza a un prezzo fissato a priori, scommettendo sul suo rialzo. Anche se questi diritti vengono poi solo in minima parte (meno di uno su cento) esercitati, spingono comunque all'insù i prezzi dei beni.

La bassa crescita in Italia spiega invece perché da noi l'inflazione sia leggermente più bassa che nel resto dell'area euro, dopo essere stata sempre al di sopra della media. Magra consolazione. Sembrerebbe che l'unico modo con cui riusciamo ad avere un'inflazione più bassa che altrove è rinunciando a crescere. In realtà è possibile, proprio in queste condizioni difficili, gettare le basi per una crescita che non generi forti tensioni sui prezzi. La chiave di volta è la produttività del lavoro. Se torna ad aumentare, si potranno avere salari più alti e inflazione più bassa. Peccato che la campagna elettorale abbia sin qui glissato su questo tema. Si parla solo di ridurre le tasse sul lavoro. Ma Paesi come Francia e Germania che hanno un prelievo sul lavoro superiore al nostro, hanno visto aumentare la produttività del lavoro, rispettivamente dell'8 e del 5 per cento negli ultimi 6 anni, proprio mentre da noi diminuiva. Da noi i salari sono rimasti piatti nonostante il famoso «cuneo fiscale» sul lavoro sia diminuito. Il problema è che, in un mondo globalizzato, se non aumenta la produttività non è possibile aumentare le retribuzioni. Per rilanciare la produttività servono tante cose, a partire da nuove regole di contrattazione che, azienda per azienda, leghino l'andamento dei salari a quello della produttività, anche dove non si svolge contrattazione di secondo livello. Questo porterebbe a un incremento della produttività in tre modi: primo stimolerebbe a incrementi di efficienza in ciascuna azienda perché questi miglioramenti trovano un corrispettivo in busta paga, secondo indurrebbe più lavoratori a cercare un impiego nelle imprese dove il loro contributo viene meglio valorizzato, terzo permetterebbe di ridurre la disoccupazione nel Mezzogiorno, in gran parte spiegata da salari fissati indipendentemente dalla produttività.

Ma su queste regole devono essere le parti sociali, sindacato, Confindustria, associazioni di categoria, a mettersi d'accordo. Purtroppo non lo stanno facendo. Non è quindi solo colpa della politica. La politica dovrebbe, questo sì, evitare di alimentare illusioni pericolose. Chi oggi, come Fausto Bertinotti, propone di tornare alla scala mobile farebbe bene a ricordare a tutti cosa è stata la scala mobile in Italia: tassi di inflazione sistematicamente a due cifre, povertà in aumento tra i senza lavoro e fuga dal lavoro ad alta produttività che, col punto unico di contingenza, comportava continue perdite di potere d'acquisto. Ma anche chi oggi, come Umberto Bossi, si oppone al riconoscimento di diritti civili agli immigrati, dovrebbe ammettere che, senza di loro, non saremmo riusciti a ridurre così tanto la disoccupazione in Italia senza spingere i prezzi ancora più su, molto più su.


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