Politica

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di destra, di centro o di sinistra... non importa. Discutiamo "civilmente" dell'operato dei nostri politici.

linx linx 25/10/2008 ore 10.49.59
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(Nessuno)I nuovi anni settanta


I nuovi anni settanta

Lo scenario di oggi è molto simile a quello degli anni settanta: inflazione e recessione

Internazionale 733, 28 febbraio 2008

A Wall street c'è chi sussurra una parola che tutti vorrebbero cancellare dal dizionario economico: stagflazione. All' 'orizzonte si profila quel misto micidiale di recessione e inflazione che fu una piaga degli indimenticabili anni settanta.

Quel tumultuoso decennio che vide l'esplosione della musica rock, l'avvento della pop art di Andy Warhol e l'occidente in bicicletta fu infatti segnato dalla peggiore crisi economica dopo la grande depressione del 1929. A provocarla furono due crisi petrolifere e gli errori della politica monetaria occidentale con cui si tentò di fronteggiarle. I pericoli dell'inflazione furono ignorati e si fece di tutto per sostenere la crescita, tenendo basso il costo del denaro.

Quando ci si accorse dell'errore era troppo tardi per tornare indietro: di fronte alla stagflazione gli strumenti monetari classici erano antiquati. A guidare il mondo nell'abisso della stagflazione fu l'economia americana, la locomotiva della crescita globale. Il decennio era cominciato con un tasso di inflazione del 5,5 per cento, ma nel 1974 gli Stati Uniti subirono il primo colpo dalla crisi petrolifera e i prezzi al consumo aumentarono improvvisamente del 12,2 per cento.

Nel 1979, dopo la rivoluzione iraniana, arrivò il secondo colpo e il costo della vita crebbe del 13,3 per cento in un anno. L'inflazione erodeva la crescita economica, ne annullava tutti i benefici e al netto della forsennata crescita dei prezzi il pil americano diventò addirittura negativo: -0,5 per cento nel 1975 e -0,2 per cento l'anno successivo.

Lo scenario di oggi somiglia paurosamente a quello degli anni settanta. Ancora una volta l'economia statunitense guida quella mondiale. Nel 2007 i prezzi al consumo sono saliti del 6,8 per cento, un valore mascherato però dal tasso ufficiale d'inflazione che invece registra un modesto 3,1 per cento. La discrepanza è facile da spiegare: il tasso di inflazione non include il costo dell'energia e quello dei generi alimentari.

La stessa tecnica viene applicata da tutti i paesi occidentali, che da anni hanno ristrutturato l'indice inserendo nel paniere beni come gli iPod e i computer portatili ed escludendone altri, come il prezzo della benzina, delle case e dei generi alimentari.

I motivi, secondo le banche centrali, sono semplici: questi beni sono molto volatili e quindi non offrono una visione di lungo periodo del costo della vita. In realtà più che di volatilità si deve parlare di crescita incontrollata dei prezzi: quelli di tutte le materie prime, dal petrolio al grano, negli ultimi anni sono quadruplicati.

In Medio Oriente, dove gli indici sono ancora sensibili ai prezzi dell'energia e degli alimenti, l'inflazione galoppa. Sembra un paradosso, ma il petrolio a cento dollari al barile danneggia l'economia araba perché fa aumentare il prezzo di tutti i beni di consumo. Ecco alcune cifre: in Arabia Saudita il tasso d'inflazione, inesistente fino a qualche anno fa, è arrivato al 6,5 per cento; nel Bahrein, negli Emirati Arabi e in Giordania ha superato il 10 per cento.

Per tentare di bilanciare la situazione, i governi hanno aumentato gli stipendi del terziario, come avvenne negli anni settanta, quando i salari cominciarono a levitare sotto la spinta dei sindacati. Si tratta però di una tattica che finisce per inflazionare ulteriormente il mercato, perché così facendo prezzi e salari si rincorrono a vicenda senza fermarsi mai.

L'inflazione, diceva Thomas Jefferson, è il male peggiore di una nazione e per curarlo ci vuole una politica dura, in grado di estirparlo sul nascere. Ma la terapia richiede interventi drastici, come l'aumento dei tassi d'interesse, controproducenti per la crescita economica.

Il dilemma è semplice: stroncare sul nascere l'inflazione, facendo così rallentare la già debolissima crescita, oppure sostenere la crescita sperando che freni l'ascesa dei prezzi? Occidente e oriente sembrano voler seguire la seconda strategia, la stessa che portò alla stagflazione degli anni settanta.

Dietro naturalmente ci sono Wall street, la City di Londra, piazza Affari: tutte le borse mondiali premono perché il costo del denaro, e cioè i tassi di interesse, rimanga basso. Gli fanno gioco gli indici dell'inflazione occidentali, mantenuti artificialmente bassi da panieri di comodo. La manipolazione degli indici è molto pericolosa, perché nasconde i veri valori del pil.

Se il tasso d'inflazione statunitense è davvero al 6,8 per cento, allora la crescita reale dell'economia americana è già pericolosamente vicina a zero. Questo vuol dire che stiamo entrando nella fase della stagflazione: i prezzi salgono, l'economia non cresce e presto gli strumenti monetari smetteranno di funzionare.

Lo stesso vale per l'economia mondiale che, secondo il Fondo monetario internazionale, crescerà nel 2008 meno del 4 per cento proprio a causa del rallentamento statunitense. Si tratta di valori molto al di sotto dell'inflazione mondiale, che viaggia oltre il 5 per cento. Neppure la Cina si salva, con un tasso d'inflazione che a gennaio ha superato il 7 per cento: il paese comincia a essere afflitto da un serio rallentamento della crescita.

Se queste sono le premesse economiche dei nuovi anni settanta non ci resta che sperare nella musica, che almeno ci faccia rivivere i grandi momenti di un decennio indimenticabile sotto molti punti di vista .

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=18513
Vince1985 Vince1985 25/10/2008 ore 10.51.23
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(Nessuno)RE: I nuovi anni settanta

Mancano solo i Bee Gees e l'Unione Sovietica :-)))

Ah, no, dimenticavo Putin...

linx linx 25/10/2008 ore 10.54.53
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(Nessuno)RE: I nuovi anni settanta


Il nuovo capitalismo virtuale

La crisi colpisce l'economia reale. L'Islanda rischia la bancarotta. Si teme la recessione. E tornano in mente le previsioni di Marx

Internazionale 765, 9 ottobre 2008

Questa settimana in Gran Bretagna i bancomat della Icesave hanno smesso di funzionare. Chi voleva usarli leggeva sullo schermo: "Operazioni di prelievo e deposito sospese".

La Icesave è un istituto controllato dalla Landsbanki, una delle principali banche islandesi. Grazie agli accordi bilaterali tra i due paesi, l'Islanda garantisce i primi 22mila euro depositati sui conti e il governo di sua maestà britannica le successive 50mila sterline.

Il resto, per ora, è finito nel buco nero della crisi. E c'è la possibilità che gli sfortunati risparmiatori non usufruiscano neanche del piano di salvataggio del governo islandese – che si è fatto garante degli istituti di credito del paese – o di quello del governo britannico. Si teme, infatti, che l'Islanda sarà la prima vittima del nuovo 1929, che andrà in bancarotta, e che il sistema bancario britannico crollerà.

Crolla il settore produttivo
L'esperienza dei clienti della Icesave potrebbe ripetersi altrove. La prossima vittima, si mormora, sarà la Royal Bank of Scotland o addirittura Unicredit in Italia. Tutte le banche europee e americane rischiano il collasso e basta poco, anche solo i rumors di mercato, pure e semplici voci, per farle scivolare nell'insolvenza.

I motivi della debolezza del sistema bancario li conosciamo: eccessivo indebitamento per oltre un decennio a causa dei derivati, gli effetti speciali della finanza che hanno falsato nei bilanci il rapporto tra dare e avere. Ma è sorprendente che il piano di salvataggio americano e la decisione dei governi europei di sostenere insieme il sistema bancario del vecchio continente non riescano a frenare la folle caduta dei mercati.

Ogni volta che le azioni perdono quota si brucia ricchezza. In un giorno sono svaniti 1.400 miliardi di dollari, quasi il 4 per cento dell'economia mondiale. Anche se si tratta di ricchezza contabile, l'effetto è dirompente: sale l'indebitamento delle banche che hanno in portafoglio azioni, mutui e prodotti sintetici come le mortgage backed securities, e si rafforza la convinzione che ancora non si è toccato il fondo.

Le pesanti iniezioni di contante, l'interruzione delle contrattazioni della borsa in Russia, Brasile, Indonesia, cioè nelle economie emergenti, la nazionalizzazione delle banche e la stessa garanzia dello stato sono tutte manovre per riportare la fiducia sui mercati e convincerli che il peggio è passato. Manovre che finora non hanno funzionato.

Oggi nessuno vuole fare un'inversione di marcia perché ancor più della crisi finanziaria tutti temono la recessione. E dal cocktail esplosivo di queste due calamità ci si riprende solo dopo anni di povertà. I segni premonitori dell'ubriacatura si vedono all'orizzonte.

Dal fallimento di Lehman Brothers il mercato delle commercial papers, cioè delle cambiali senza garanzia emesse dalle grandi società contro entrate future e usate per operazioni a breve, si è paralizzato. Nessuna banca è disposta ad anticipare il loro valore e chi lo fa chiede tassi proibitivi. Dalla metà di settembre, su questo mercato le banche statunitensi hanno ritirato più di 200 miliardi di dollari e le assicurazioni contro l'insolvenza di chi le emette sono passate da 87 miliardi di dollari a metà agosto a 143 miliardi un mese dopo.

Nel giro di poche settimane la liquidità del settore produttivo americano è crollata e l'industria ne ha risentito. L'indice della produzione industriale a settembre è sceso del 43 per cento: cifre così non si vedevano dagli anni trenta.

Un sistema fondato sul debito
Il governatore della Federal reserve (Fed) ha deciso di fare da agente di smistamento tra banche e società sul mercato delle commercial papers: le banche depositano il denaro nei forzieri della banca centrale e la Fed paga le cambiali del settore produttivo.

Un compito analogo a quello che sta svolgendo per il mercato interbancario. Riuscirà la Fed a sostenere il mercato finanziario e quindi quello produttivo? È l'interrogativo che tutti si pongono.

Un secolo e mezzo fa Karl Marx aveva previsto uno scenario simile: che il sistema di produzione capitalista crollasse a causa dell'eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi capitalisti canaglie, che drenavano dall'economia nazionale risorse monetarie.

Marx non poteva certo immaginare che le canaglie fossero i banchieri e che tra le vittime ci fossero gli stessi industriali, privati dell'ossigeno monetario dall'ascesa del capitalismo virtuale postindustriale. Un'ascesa alimentata non dal plusvalore, ma dal debito.

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=20475
cristian1977 cristian1977 25/10/2008 ore 10.59.30
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(Nessuno)RE: I nuovi anni settanta

A Vince1985 che il 25/10/2008 10.51.23 ha scritto:
Mancano solo i Bee Gees e l'Unione Sovietica :-)))

Ah, no, dimenticavo Putin...


Rispondo: :ok
jobonam jobonam 25/10/2008 ore 11.30.03
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(Nessuno)RE: I nuovi anni settanta

Purtroppo i nuovi anni settanta nella nostra provinciale realtà sono dettati da un settantenne in età pensionabile. Il vecchio che avanza e che fa indietreggiare il paese. Tutto il mondo oggi boccia pesantemente le politiche di Reagan e Tatcher, e noi invece al timone abbiamo il vecchio diniosauro sconfitto dalla storia...e se non fosse per le sue televisioni, anche dalla magistratura.
cristian1977 cristian1977 25/10/2008 ore 11.58.35
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(Nessuno)RE: I nuovi anni settanta


non sarà un nuovo 68 o la riproposizione degli anni 70

gli studenti non ci stanno loro per primi

http://forum.chatta.it/politica/7826696/gli-studenti-non-finiremo-come-i-trist.aspx?pcount=0

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