Politica

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di destra, di centro o di sinistra... non importa. Discutiamo "civilmente" dell'operato dei nostri politici.

MisterKernel MisterKernel 19/01/2012 ore 15.29.42
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(Nessuno)Ecco i verbali di Gifuni, mi pare respiri ancora...

"Scalfaro sapeva tutto"
Ecco i verbali di Gifuni
Parla il potentissimo segretario generale al Colle di quegli anni Il governo nominò Capriotti su indicazione del Capo dello Stato.
Le conferme: detestava Nicolò Amato, a quel tempo direttore generale del Dap.

MAFIA Approfittò del vuoto politico

VEROLI Promettono un lavoro Denunciati per truffa Per dare un posto di lavoro al figlio erano disposti a tutto, anche a sborsare 11.000 euro: ma sono finiti nelle mani di quelli che gli investigatori considerano due truffatori.


Gratta gratta la memoria riaffiora, sebbene a fatica. E se vogliamo chiudere la piaga apertasi fra il 1992 e il 1993 non basterà né qualche voce isolata né il lavoro dei magistrati. Occorre consapevolezza civile, culturale e politica.


Da questo punto di vista il vuoto che accompagna le nostre parole è sconfortante. Ma non tale da farci passare la voglia di andare fino in fondo. Anche perché, appunto, la memoria torna. Piano piano. Una mano la offre Gaetano Gifuni, potentissimo segretario generale della Presidenza della Repubblica, sia con Oscar Luigi Scalfaro che con Carlo Azelio Ciampi.

Un uomo che ha seguito e accompagnato, favorito e assecondato le vicende italiane, ricoprendo un ruolo chiave (è stato anche capace d'interrompere la carriera d'alto funzionario del Senato per andare a fare il ministro, per poi riprenderla e continuare a crescere).

Nello scorso mese di gennaio Gifuni è stato sentito, quale persona informata dei fatti, da magistrati della procura di Palermo. E qui occorre una precisazione: detesto la fuga dei verbali e aborro i processi fatti in piazza.

La vita m'ha marchiato nella carne la convinzione che nessuno deve essere detto colpevole, se non condannato nell'unica sede preposta. Ma, appunto, qui non si tratta di fare il processo a nessuno, perché Gifuni dice quel che ho già scritto: Scalfaro volle Alberto Capriotti alla direzione del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Lo nominarono, di comune accordo, Giovanni Conso, Ciampi e Scalfaro, ma quest'ultimo era l'unico a conoscerlo.

Ieri abbiamo raccontato le circostanze in cui questo avvenne. Gifuni non fa che confermare quel che già ieri descrivevamo: il governo procedette ad una nomina importantissima, essendo, di fatto, eterodiretto. Capriotti, dodici giorni dopo la nomina, suggerirà al governo di alleggerire il carcere duro per i mafiosi, quale segno distensivo.

Gifuni, uomo accorto e prudente quanti altri mai, ci aiuta molto anche grazie a quello che fatica a ricordare, o non ricorda affatto.

Dice che fra Scalfaro e Nicolò Amato vi erano solo rapporti istituzionali. Nulla di significativo. In realtà il Presidente della Repubblica detestava l'allora direttore generale del Dap. Lo stesso Gifuni ce ne offre un indizio: Amato andò a chiedergli per quale motivo veniva fatto fuori, e lui poté rispondergli solo che la decisione era già stata presa.

Com'è facile immaginare, non c'è nulla di normale, in ciò. Ad un certo punto, però, la memoria di Gifuni diventa un monumento al problema, che c'incaponiamo a segnalare: no, dice, nell'immediatezza degli attentati del 1993 non s'è mai parlato del 41 bis, ovvero del carcere duro, come possibile causa, non ne fecero cenno alcuno né Scalfaro né Ciampi.


Peccato, però, che l'allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, poi vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, abbia dichiarato il contrario: capii subito che le bombe erano mafiose e che dovevano mettersi in relazione con il regime carcerario.

Peccato, inoltre, che lo capì il ministro della Giustizia, Conso, il quale, su suggerimento di Capriotti, voluto da Scalfaro, revocò il carcere duro per placare la mafia bombarola. Mancino e Conso erano ministri di Ciampi, e Ciampi, come correttamente Gifuni ricorda, lavorava a stretto contatto con Scalfaro.

Com'è possibile che i primi due ricordino e i secondi abbiano un incolmabile vuoto? Vediamo se riesco ad essere utile, alle memorie private e a quella collettiva: il 10 novembre del 1993 l'allora presidente della commissione bicamerale antimafia, il per nulla sprovveduto Luciano Violante, chiede lumi sulla gestione dei detenuti sottoposti a 41 bis.

Domanda preveggente o gesto cautelante? Sta di fatto che pure lui, dopo, perde la memoria.

Fortuna che provvide Conso, giurista anziano e servitore dritto, il quale, diciassette anni dopo, gettò fosforo nelle menti altrui: fu il governo Ciampi, nel 1993, a togliere i mafiosi dal carcere duro. Vero.
Ancora uno sforzo, che la memoria comincia a tornare.



-----------ma tu guarda, uno che ricorda c'è....
Solog2 Solog2 19/01/2012 ore 23.49.00 Ultimi messaggi
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(Nessuno)RE: Ecco i verbali di Gifuni, mi pare respiri ancora...

@ MisterKernel:

Leggiti questo, che mi sembra abbastanza istruttivo !

http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2011/02/19/trattativa-e-41-bis-un-passato-che-non-vuole-passare/


notte!
MisterKernel MisterKernel 20/01/2012 ore 10.02.34
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(Nessuno)RE: Ecco i verbali di Gifuni, mi pare respiri ancora...

Solog2 scrive:
http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2011/02/19/trattativa-e-41-bis-un-passato-che-non-vuole-passare/


--ho letto quello che fedelmente ho riportato:


con imperdonabile ritardo, sulla scia delle rivelazioni di Spatuzza e del figlio minore di don Vito Ciancimino, numerosi personaggi istituzionali hanno avuto riverberi di memoria su due snodi decisivi della Trattativa.


Il primo: lo sciagurato dialogo a partire dal mese di giugno 1992 fra il Ros dei Carabinieri (nelle persone degli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, con la copertura del generale Antonio Subranni) e Vito Ciancimino, che ha visto dall’estate 2009 la resurrezione della memoria di Luciano Violante, Claudio Martelli e Liliana Ferraro.



Il secondo: i provvedimenti di revoca o mancata proroga susseguitisi nel 1993, in favore di uomini di Cosa Nostra, del regime detentivo speciale previsto dall’art 41-bis dell’ordinamento penitenziario, sui quali i ricordi a scoppio ritardato sono stati soprattutto quelli dell’allora ministro di grazia e giustizia Giovanni Conso, che il 12 febbraio 1993 sostituì il dimissionario Claudio Martelli nel primo governo di Giuliano Amato e che fu confermato il 28 aprile 1993 nel successivo governo di Carlo Azeglio Ciampi.


Conso ha rivelato l’undici novembre 2010 agli attoniti membri della Commissione parlamentare antimafia di avere assunto il 5 novembre 1993 in completa solitudine la decisione di venire incontro alle esigenze di detenuti mafiosi, per fornire un segnale di pace all’ala provenzaniana di Cosa Nostra, che in quel momento aveva adottato una linea strategica contraria a quella stragista sostenuta da Leoluca Bagarella: “Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi...

La decisione non era un’offerta di tregua o per aprire una trattativa, non voleva essere vista in un’ottica di pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del maggio ’93 a Firenze, quelle del luglio ’93 a Milano e Roma, Cosa nostra taceva. Cosa era cambiato? Toto’ Riina era stato arrestato, il suo successore, Bernardo Provenzano era contrario alla politica delle stragi, pensava piu’ agli affari, a fare impresa; dunque la mafia adotto’ una nuova strategia, non stragista”.

Come l’algido giurista sabaudo avesse avuto contezza dell’esistenza di due tendenze contrapposte all’interno di Cosa Nostra, circostanza che gli investigatori avrebbero scoperto molto tempo dopo l’intuizione di Conso, rimane tuttora un mistero. Gli inquirenti titolari dell’inchiesta palermitana sulla Trattativa tra 'pezzi' dello Stato e 'pezzi' dell'antiStato hanno accertato che in realtà Conso in quell’occasione non rinnovò altri 194 provvedimenti di regime carcerario 41-bis, per un totale di 334 detenuti ai quali non fu prorogato il carcere duro.



spatuzza ritenuto teste inaffidabile dalla corte d'assise,
Mori iniziò a fare la guerra alla mafia grazie ad un infiltrato, in pieno accordo con FALCONE e Borsellino.


gli autori aprono con questa frase:

Allora è doveroso raccontarla, avvertendo i lettori che è una storia che non ha ancora trovato la sua conclusione, se mai la troverà, e che si intreccia con la stagione che cambiò per sempre la nostra vita, il biennio stragista 1992/93. E conviene raccontarla partendo dagli spunti di cronaca.


MisterKernel MisterKernel 20/01/2012 ore 10.17.25
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(Nessuno)RE: Ecco i verbali di Gifuni, mi pare respiri ancora...

@ MisterKernel:

Trattative Stato-mafia, Liliana Ferraro, braccio destro di Falcone, racconta tutto alla Commissione antimafia. Il testo integrale della deposizione, un documento di eccezionale interesse

Dopo 17 anni dalla strage di via D'Amelio, l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli fece alcune clamorose rivelazioni ad Annozero sulla trattativa Stato-mafia della quale tribunali, Procure e la Commissione antimafia si occupano da tempo.

Martelli fu convocato dai magistrati di Palermo e Caltanissettan per riferire come e quando il giudice Paolo Borsellino ebbe notizia degli incontri tra l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino ed esponenti delle istituzioni.

L'ex Ministro della giustizia Martelli riferì cdi avere saputo da Liliana Ferraro, all'epoca capo degli Affari Penali di via Arenula e braccio destro di Giovanni Falcone, che Borsellino era a conoscenza – grazie alla Ferraro - della decisione di Ciancimino di collaborare con lo Stato in cambio di una copertura politica.

Borsellino sarebbe rimasto molto scosso da questa rivelazione perché la sua avversione alla trattativa era nota ed irriducibile.

Questo episodio, venuto alla luce dopo tanto tempo, ha gettato sulle indagini una luce nuova, perché il movente dell’eliminazione di Borsellino, potrebbe essere stato proprio questa sua avversione alla trattativa.



L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino ha sempre negato di avere avuto notizia della trattativa. "Desidero far presente – ha dichiarato - che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del Governo all'epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del Governo, il Ministro dell'Interno o il Ministro della Difesa".

"L' incontro fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro durante il quale De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche - spiega - si concluse con l'invito rivolto dalla dott.ssa Ferraro all'ufficiale di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini. E' questa una trattativa?".

Liliana Ferraro è stata ascoltata dalla Commissione nazionale antimafia. La sua deposizione è una ricostruzione puntuale dei fatti, così come li ha vissuti il magistrato, ma anche lo spaccato di un tempo inquieto, ancora oggi indecifrabile.
Vi Proponiamo, pertanto, il testo integrale di quanto riferito da Liliana Ferraro ai parlamentari della Commissione antimafia.

Dalla lettura di tutti gli interventi ho percepito anche il convincimento forte di questa Commissione a rileggere ed approfondire, sotto tutti gli aspetti, le vicende che hanno ferito il Paese nel periodo culminato con le stragi del 1992 e 1993…

Comincerò con una premessa, che descrive per sintesi il tipo di lavoro che svolsi per e con il dott. Falcone fin dal 1983. Mi soffermerò poi su alcune vicende accadute durante la costruzione della cosiddetta aula bunker; in seguito tratterò del fallito attentato dell’Addaura e quindi delle stragi del 1992 e del 1993. Infine, cercherò di dare risposta ai quesiti posti in relazione alla cosiddetta “trattativa”e al 41 bis.

Per la parte che mi riguarda e che mi coinvolge maggiormente, penso che sia opportuno ricordare quando comincia la mia collaborazione con il dott. Giovanni Falcone e, subito dopo, con il dott. Paolo Borsellino, il dott. Caponnetto e tutto il pool antimafia di Palermo.

Agli inizi del 1983, l’allora Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – dott. Adolfo Beria d’Argentine – aveva ottenuto l’impegno del Governo allo stanziamento di fondi in favore degli uffici giudiziari per cominciare a risolvere la situazione di dissesto organizzativo e strutturale, che era diventata insostenibile.

In quel periodo io prestavo servizio presso la Corte di Cassazione, quale magistrato addetto al Massimario. Il Presidente Beria, che conoscevo fin dal mio ingresso in magistratura, mi chiese la disponibilità a tornare al Ministero di Grazia e Giustizia, in posizione di fuori ruolo, per assumere un incarico presso la Direzione generale degli Affari Civili e da quel posto svolgere la funzione di punto di riferimento per gli uffici giudiziari.

La proposta non mi entusiasmò. Ero già stata al Ministero durante il periodo del terrorismo e consideravo conclusa quell’esperienza.
Per la stima e l’affetto che portavo verso il Presidente Beria, che era anche molto convincente, chiesi qualche giorno per riflettere.

Subito dopo pensai di parlare con Giovanni Falcone, che avevo conosciuto in occasione di un convegno organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura verso la fine del 1982. Durante la pausa per la colazione, il dottor Falcone mi aveva descritto la situazione fatiscente dell’Ufficio Istruzione di Palermo, con grave danno per l’attività di competenza. Il tema dell’incontro era quello del contrasto alla criminalità organizzata.


Quando gli dissi il motivo della mia telefonata, mi chiese di non dare subito la risposta e di attendere il giorno successivo perché finiti di adempimenti istruttori che doveva svolgere a Roma, potevamo andare a cena e parlarne con calma.

Durante la cena mi parlò della “lotta alla mafia”, di “Cosa Nostra”, del dovere di liberare il Paese e la Sua Sicilia da questo “cancro” e di tutto quanto si poteva fare avendo i mezzi ed il sostegno dell’Amministrazione centrale.

Ascoltai una descrizione lucida e compiuta del fenomeno, degli strumenti di sostegno indispensabili, dell’opportunità che si era presentata di collaborare con le competenti Autorità di altri Paesi (Stati Uniti, Canada, Germania ).

Mi disse che era già in stretto collegamento con Rudolph Giuliani negli Stati Uniti e con la DEA, anche perché collaborava con lui un giovane dirigente della Polizia di Stato – Gianni De Gennaro - che già da tempo, con l’autorizzazione del Capo della Polizia, aveva avviato uno stretto rapporto anche con la DEA, con l’F.B.I. e con alcuni Giudici di Tribunali chiamati a giudicare in distretti dominati da “Cosa nostra americana”.

Queste le ragioni e le persone che mi convinsero ad accettare di ritornare al Ministero.
Quando feci il primo viaggio a Palermo, dopo aver preso possesso del nuovo Ufficio, agli inizi del mese di aprile del 1983, entrando nella stanza del dott. Giovanni Falcone, vidi che aveva una scrivania di ferro malandata davanti alla quale si trovavano due sedie sgangherate. Una di queste si reggeva perché sostenuta da una pila di fascicoli.

La sicurezza degli uffici dei Magistrati era inesistente. Anzi, la collocazione degli stessi al piano terra, con grandi finestroni dal soffitto al pavimento e collocati nell’ala esterna del palazzo, davanti alla quale passavano tutti, era in definitiva quasi un luogo provocatorio per un attacco ai Magistrati.

Ometto di descrivere tutto quello che riscontrai all’esito della ricognizione.
Cominciò così un’attività assorbente, che si svolgeva tra Palermo e Roma e che in breve tempo portò all’installazione di sistemi di controllo agli ingressi, di vetri blindati agli uffici del piano terra, all’individuazione di un’aera nel cosiddetto “ammezzato”, che, adeguatamente ristrutturata e protetta, diventò la sede di lavoro del “pool antimafia”.
Nel frattempo i Giudici procedevano nelle indagini. Aumentavano le esigenze e cresceva anche la tensione.

Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile, dopo avere parlato con Giovanni Falcone, accettò di collaborare e fu portato in una località segreta in Italia, ove il dott. Falcone si recava, pressoché quotidianamente, per verbalizzare di suo pugno le dichiarazioni.

Non passavano inosservati i suoi continui viaggi e il particolare attivismo dell’Ufficio Istruzione, sicché il Consigliere Caponnetto e tutti i Giudici del pool decisero di accelerare, quanto più possibile, la stesura della sentenza – ordinanza, che fu poi depositata l’8 novembre del 1985.
In proposito vorrei raccontare alla Commissione solo due o tre accadimenti.
In quei mesi sparirono da tutti i negozi di Palermo la carta per le fotocopiatrici, i toners per le stesse e tutto quanto era necessario per la produzione della sentenza – ordinanza.
Questa fu di 8632 pagine raccolte in 22 volumi, oltre a 400.000 pagine di allegati.

segue

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